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Autobiografia immaginaria

Intitolare un corso Autobiografia immaginaria potrebbe generare confusione: si scrive una autobiografia, ciò che mi è realmente accaduto, o si scrive una storia immaginata, ossia qualcosa che non ho mai vissuto? Infatti, quando pensiamo all’autobiografia, intendiamo il racconto della propria vita, presentando i fatti come si sono svolti, con un’opera di ricordo e trascrizione su pagina. Quando parliamo di immaginazione, intendiamo l’atto di creare eventi personaggi narrazioni che non possono definirsi reali. Tuttavia.

Le neuroscienze, la filosofia, la psicologia e la narratologia stanno affermando che ciò che ricordiamo non è sempre e del tutto vero, ossia che ciò che ricordiamo presenta elementi collegabili ad un evento specifico, filtrato da emozioni, prospettive, esperienze, credenze, ed altro ancora. L’importanza di scrivere di sé non sta solo nel ricordare, quanto nel narrare l’accaduto. La narrazione sposta la prospettiva, ripara, crea distanza dalle emozioni che evocano il ricordo.

La narrazione che attiene alla letteratura non è necessariamente autobiografica, però affonda nella biografia di chi scrive. Ci sono tecniche che differenziano un’autobiografia da un romanzo (la dichiarazione che si è scritta un’autobiografica, l’uso della persona narrante, il genere, i personaggi e loro azioni, ecc.), ma scardinare la narrazione letteraria dal racconto di parti di sé è impresa difficile.

Se scrivo una mia esperienza traumatica, la riporto alla mente e la ricordo come insieme di emozioni e immagini; l’emozione legata all’esperienza ha trattenuto l’immagine di quello che ho vissuto; quando richiamo, in maniera conscia o inconscia, l’emozione, richiamo anche il ricordo e con esso l’immagine.
È possibile agire sull’esperienza traumatica scrivendola e riscrivendola e riscrivendola ancora, inserendo anche particolari inventati, dettagli o espedienti narrativi, che non si sono verificati nella realtà e che ci permettono di smuovere il ricordo, di ricalibrare il passato, in poche parole di raccontare in maniera diversa il vissuto e di liberarci dell’emozione legata a quel ricordo e a quella immagine. Ci si muove, insomma, nel campo spurio del vero e del non-vero.
Importa non essere fedeli al ricordo? No, importa più l’atto del raccontare, che trovi una giusta congiunzione tra evento traumatico, immagine collegata, elaborazione cognitiva, parole, struttura narrativa, stile, dettagli inventati.

Quando propongo questo corso, faccio scrivere molto, brevi narrazioni, veloci, vincolate da regole rigide, per fa sì che il ricordo spunti senza volontà, ma con l’intenzione di ricordare. L’intenzione è sufficiente per portare in superficie il passato-che-non-passa. Poiché è così che avviene: quello che rimane nella memoria, è ciò che più ci ha colpito, è uno snodo nella rete della vita. Scriviamo per dimenticare quello che non riusciamo a dimenticare. Scriviamo per trovare il nostro gemello perduto, la parte sconosciuta che preme alle spalle e frena il passo verso il futuro. Scriviamo per raccontare la vita con toni più leggeri.

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