Ti racconto

La tartaruga rossa

Il compleanno dei miei dodici anni lo ricordo bene, perché ricevetti dai miei fratelli una tartaruga, in cotone spesso, rosso, imbottita di ovatta, con il guscio in patchwork. Accompagnava il dono un biglietto: «Questa è l’immagine della tua LENTEZZA. Non te la prendere! Tanti auguri tartarughina». Il biglietto mi aveva gelato. La tartaruga mi piaceva e l’ho conservata fino a qualche anno fa: rappresentava una mia caratteristica di cui non mi ero resa conto, palese al resto della famiglia.

Associo l’immagine della tartaruga alla lentezza, meno alla sua longevità; eppure le tartarughe possono vivere fino a 150 anni, a volte anche 200. Nel mio caso, era il movimento lento che era stato sottolineato, immagino che per i miei fratelli la lentezza non fosse un valore, ma un difetto.

Di tutti i regali ricevuti da bambina (non poi così tanti), la tartaruga rossa è quella che mi è rimasta più impressa nella mente, al punto da forzarmi, nel corso della vita, ad accelerare i tempi, ad essere veloce nel capire, nelle decisioni, nel movimento. Negli anni, la furia della velocità ricercata si è attenuata lasciando il posto alla lenta riflessione, alla ripetuta analisi, alla ricerca di un tempo non pressato dall’esterno. Credo davvero di tendere alla lentezza. Ciò che, purtroppo, è ancora veloce è la mente, che, se non sono guardinga, passa da un pensiero all’altro, facendomi saltare dal passato al futuro e poi ancora al passato e quindi al presente per traghettarmi nel futuro, ecc. È lì che mi interessa portare lentezza.

Il libro di Milan Kundera, “La lentezza“, trova alloggio su uno scaffale della mia libreria (rossa) di ingresso, quindi gode di molte mie occhiate. Lo apro e leggo un periodo che avevo sottolineato:

C’è un legame segreto tra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.

Oblio è una parola che mi attrae. È composta da ob verso e la radice liv scolorire. Forse possiamo andare verso l’oblio dei ricordi che non ci interessa più tenere, passando dalla lentezza e non dalla velocità. Ci sono ricordi che abbiamo ripreso così tante volte che sono consunti. Possiamo chiederci: mi serve ancora trattenere quel ricordo? Se rispondiamo sì, significa che c’è una narrazione che merita di essere ancora raccontata, riveduta e trasformata. Se rispondiamo no, lasciamo andare il ricordo verso l’oblio, ringraziandolo.

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